Essere o non essere

Essere o non essere

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“Essere, o non essere, questo è il dilemma:
se sia più nobile nella mente soffrire
i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna
o prendere le armi contro un mare di affanni
e, contrastandoli, porre loro fine?”

La celebre battuta del principe Amleto, pronunciata all’inizio del soliloquio che apre la prima scena del terzo atto dell’omonima tragedia Shakespeariana, rappresenta pienamente il momento delicato della Roma e della sua storia recente. I giallorossi ieri, dopo tre cocenti sconfitte in tutte le competizioni, sono tornati a vincere sbarazzandosi del Palermo terzultimo in classifica, grazie alle reti di El Shaarawy, Dzeko e Bruno Peres. 

Associare alla Roma un verso così importante della letteratura di tutti i tempi, potrebbe sembrare un’esagerazione ma tutto sommato, interpretando e riadattando lo stesso alle vicende romaniste del passato, del presente e del futuro prossimo, è possibile rintracciare dei punti di contatto.

L’interrogativo esistenziale del vivere (essere) o morire (non essere) è alla radice dell’indecisione che impedisce ad Amleto di agire (il famoso “dubbio amletico”). Collettivamente la Roma nelle ultime partite sembra aver smarrito se stessa: troppo brutta per essere vera, schiacciata dal peso delle responsabilità, dall’ossessione per la vittoria declamata da Spalletti a ogni piè sospinto, dilaniata masochisticamente dall’interno per via delle dichiarazioni certamente fuori luogo (seppur poi rettificate) del Presidente James Pallotta. I tre marcatori di ieri sera al Renzo Barbera rappresentano perfettamente il dubbio amletico: Stephan El Shaarawy, nella sua continua ricerca dell’essere un grande calciatore, partendo da doti tecniche indiscutibili, che pare accendersi e spegnersi a seconda del grado di fiducia che l’allenatore di turno gli riserva; Edin Dzeko, che con la rete di ieri ha toccato quota 30 gol stagionali (20 in A), nonostante tali numeri, sembra non aver convinto totalmente l’intera tifoseria e vive ogni partita con “l’ansia” di dimostrare il suo valore; Bruno Peres, al di là della rete finale, dovrebbe esser premiato per le decine e decine di chilometri percorsi in questa stagione senza sosta, ma che spesso e volentieri quando ha la palla decisiva sulla trequarti, sembra assalito dal dubbio di cui sopra e la scelta susseguente appare viziata e spesso mai decisiva.

Lo specchio di questa situazione si riflette anche sul tecnico, quanto mai diviso intimamente tra la voglia di vincere con la “sua” Roma e il dubbio che a Boston i programmi non siano realmente quelli di una società in grado di assicurare un futuro finalmente radioso. Il dubbio sul contratto, il dubbio sui cambi a volte troppo ritardati, il dubbio sul restare o andare via. Dall’individuale al collettivo il salto è semplice e la domanda fondamentale è: La Roma sarà o non sarà? La Roma vincerà giovedì, riprendendo in mano se stessa e il suo destino oppure crollerà sotto i colpi di Lacazette e compagni, confermando quel sentore di precarietà che ha mostrato negli ultimi 10 giorni? L’augurio è che all’Olimpico possano essere in tanti a scoprirlo, magari ripensandosi tutti, per una sera, uniti per un solo obiettivo…

 

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