Niente stadio per tutelare il degrado

Niente stadio per tutelare il degrado

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IL TEMPO (F. M. MAGLIARO) – Ora di pranzo di un normale sabato pomeriggio. Prendiamo la via del Mare da viale Marconi. Dopo un paio di chilometri incrociamo la svolta per l’ippodromo di Tor di Valle, nell’area dove dovrebbe sorgere il nuovo stadio dell’As Roma. A dare il via libera al nostro tour del degrado è una prostituta di colore, seduta sul lato destro della strada tra sacchi neri di immondizia, resti di water e bidet che costellano una strada di cui si fa prima a contare i metri di asfalto che quelli trasformati in una discarica a cielo aperto. Alcune centinaia di metri in cui incrociamo gruppi di nomadi con i loro passeggini e carrelli da supermercato pieni di metallo destinato al mercato clandestino del ricupero. Non resta che l’insegna a ricordarci che ci troviamo davanti all’ex “tempio romano del trotto”. L’ippodromo è dismesso da gennaio 2013. Per la Soprintendenza alle Belle arti, oggi, dopo 4 anni dalla chiusura, va vincolato perché «struttura all’avanguardia per l’epoca in cui fu realizzata». In particolare, si legge nella lettera del Ministero, «la tribuna, progettata dall’architetto di fama internazionale Julio Garcia Lafuente, costituisce un esempio rilevante di architettura contemporanea. Essa costituisce un unicum dal punto di vista dimensionale avendo una copertura costituita da 11 ombrelli a forma di paraboloide iperbolico, ciascuno delle dimensioni di 814 metri quadri, sostenuto da un unico pilastro, con uno sbalzo di ben 19,5 metri: il più grande del mondo per questa tipologia strutturale». E poi, vuoi mettere: «La struttura è tuttora fruibile, anche per le visuali che da essa si godono, non solo della pista ma anche del contesto urbano circostante». La Soprintendenza si riferisce forse ai cumuli di immondizia e alle prostitute al lavoro tra vecchi materassi e divani abbandonati. Proviamo a entrare.

Dell’ippodromo di Tor di Valle, costruito nel ’60, oggi non resta che uno scheletro, “sorretto” dalla futuristica tribuna tanto cara alla soprintendente Margherita Eichberg. I seggiolini dove in tanti hanno sognato il colpo di fortuna stringendo la ricevuta della scommessa fatta al totalizzatore, sono ormai divelte. Un fitto e spesso strato di polvere grigia e granulosa simile a quello che lascia un’eruzione vulcanica copre ogni cosa. E dove un tempo correvano i purosangue è ora ben visibile una montagna di inerti. Da anni si piange lo Stadio Flaminio come un parente sul letto di morte. Il Flaminio è vincolato ai sensi dell’articolo 10 del Codice dei beni culturali: «interesse particolarmente importante», perché progettato dall’architetto Nervi per le Olimpiadi del 1960 con una tecnica unica. Stesse motivazioni (cambia il nome del progettista) e lo stesso tipo di vincolo che ora si vuole apporre sull’ippodromo di Tor di Valle. Il Comune ha cercato di dare nuova vita al Flaminio e il successo di questi tentativi è sotto gli occhi di tutti. I vincoli, insomma, nella Capitale rischiano solo di prolungare un’agonia che certi «gioielli» non meritano.

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