Roma, connessione offline. Attivata la disgregazione molecolare

Roma, connessione offline. Attivata la disgregazione molecolare

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IL PUNTO – Le urla di Cristante, il volto sempre più scavato di Fonseca, i crampi di Fazio al 70′, il rosso killer di Perotti al terzo pallone toccato, i tentativi di Mirante di arginare le continue ondate della Real Udinese, che non vinceva all’Olimpico dal 2012. Sullo sfondo un Olimpico tristemente deserto, avvolto in un silenzio assordante che in questo momento storico, forse, vale più di una furente contestazione condita da fischi e striscioni. Della Roma sono rimasti solo i colori sulle maglie, il resto si è disgregato come una meteora esplosa nello spazio in migliaia di frammenti. Frammenti dell’ennesima autodistruzione, ‘impreziosita‘ da dichiarazioni deliranti di Paulo Fonseca, che nell’arco di 72 ore prima parla di problema fisico, poi corregge il tiro specificando che la squadra non può avere ancora il ritmo partita (a dispetto di quasi tutte le altre squadre che corrono e lottano su ogni pallone) e in ultimo, ieri sera, si dichiara preoccupato dello stato mentale di un gruppo, totalmente assente. Confusione assoluta, sindrome che ha attanagliato tutti i suoi predecessori, prima dell’inevitabile addio. Abbandonato al suo destino, senza certezze su presente e futuro, senza sostegno di uomini di campo. I giocatori, principali responsabili, per il 75% non hanno alcun interesse a giocare a Roma, probabilmente vorrebbero stare in vacanza e giocano solo per percepire gli stipendi. Zero obiettivi, zero ambizioni, società assente. Disgregazione.

Connessione offline, encefalogramma piatto, reazione zero, qualsiasi cosa accada. Un nulla cosmico, in un anno non più zero (Petrachi dixit) ma sottozero, considerando anche le prospettive inquietanti in termini finanziari, sportivi e gestionali. I manager di Trigoria, anche ieri sera si sono fatti notare per la loro perdurante assenza davanti ai microfoni, in un postgara dove risuonavano da una parte le solite risposte whatsapp al vetriolo, stereotipate e vacue, del presidente Pallotta (che ogni volta che incensa un allenatore magicamente riesce nell’interno di bruciarlo, basta ripercorre a ritroso la storia), dall’altra i consigli folkloristici di Fabio Capello a Fonseca: “Non ascoltare le radio romane, isola la squadra”. Concetto trito e ritrito, quell’ambiente cattivone che impedisce al gruppo di lavorare con tranquillità. Giustificazione e alibi dei perdenti di successo, come chi indossa inopinatamente una maglia che andrebbe onorata, non solo la domenica, ma soprattutto nella quotidianità, tra saltinbanchi, dopolavoristi, ex calciatori e giovani di belle speranze, come chi dovrebbe spiegare cosa intende per ‘identità trovata’ e ‘crescita da inizio anno’, visti i risultati vergognosi degli ultimi mesi, o come chi tra viale Tolstoj, Londra e Boston, ci sia augura comunichi presto al pubblico romanista di che morte sportiva bisogna morire. Ammesso che questa Roma, non sia già deceduta… 

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